Aneddoti, Lavorando
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Mi scusi signorina…

Nell’ultima settimana mi è capitato di sentir spesso parlare o leggere articoli sul ruolo che le donne  svolgono nei settori scientifici e sulle difficoltà che incontrano nel portare avanti il loro lavoro. L’articolo pubblicato da A.D.A. (Associazione Donne Architetto) in omaggio a Zaha Hadid, mi ha fornito alcuni ulteriori spunti di riflessione sull’argomento: si tratta di alcune frasi pronunciate dall’architetto arabo che,  a mio parere, esprimono appieno il senso della professione al femminile nella società odierna.

A quanto riportano varie fonti, pare che nell’ultimo periodo il numero di donne laureate in architettura ed ingegneria sia in aumento… Se da questo punto di vista la parificazione tra i sessi pare essere raggiunta, il problema nasce dopo, in quanto sono poi poche quelle che scelgono di intraprendere la libera professione e portarla avanti.

Ovviamente mi sento chiamata in causa e non posso far altro che confermare questa difficoltà: oggi essere donna, architetto e libero professionista è davvero difficile.

Pur essendo nel 2017, a causa di retaggi culturali e cattive abitudini ormai consolidate nel pensiero comune, si tende ad affidare determinati incarichi a professionisti uomini piuttosto che a colleghe donne poiché non le si ritiene all’altezza della situazione o non ci si fida abbastanza.

È come se noi donne, nell’ambiente professionale, fossimo ancora concepite come esseri più fragili, inadatte al cantiere e destinate a restar sedute dietro una scrivania.

A volte la figura del “tecnico al femminile” non è proprio concepita, al massimo nel settore ci vien riconosciuta la qualifica di ‘arredatrici’ che forse, nell’immaginario comune, è un ruolo che maggiormente si identifica con l’essere donna e con l’idea dell’angelo del focolare. Volendo riassumere il concetto: l’uomo fa il grosso e la donna si occupa della “decorazione” finale!

E invece non è così.

Anche noi donne sappiamo sporcarci le mani, oltre a progettare un’opera ne curiamo la realizzazione in cantiere rapportandoci e confrontandoci continuamente con maestranze di tutti i tipi, e con cura e precisione facciamo in modo che il progetto prenda forma nel modo migliore.

Senza nulla togliere ai colleghi dell’altro sesso, credo che noi donne libere professioniste possediamo tutti gli strumenti e le potenzialità per svolgere qualsiasi attività in autonomia nel nostro settore di interesse.

Cosa succede nel mondo reale

Purtroppo quando si scende in campo ci si rende conto che è difficile far passare questo concetto.

Nella mia esperienza professionale ho toccato più volte con mano questo “disagio” soprattutto nel settore delle ristrutturazioni. A partire dal committente, a volte restio ad affidarsi completamente al professionista, e continuando con le imprese spesso diffidenti nel collaborare con un giovane architetto e per giunta donna.

Il primo giorno in cantiere ci si sente sempre appellare nei modi più bizzarri, da “signora” a “signorina” a “scusi lei”

 … solo dopo qualche giorno, e dopo aver dimostrato la propria competenza e conoscenza in materia e quindi aver dovuto di nuovo sgobbare per guadagnarsi il titolo, ci si sente finalmente chiamare Architetto con tanto di espressione disorientata e imbarazzata dell’interlocutore! Ormai questa gag mi diverte, ma è la prova tangibile di quanto sia complicato, nello spirito comune, accettare di essere guidati in cantiere da una donna, nel nostro caso da un Direttore dei Lavori donna.

Alle volte è davvero difficile farsi ascoltare, seguire e conquistare la fiducia dell’altra persona, soprattutto quando ci si rapporta con gente più grande di noi, che per i soli anni di vita in più ritiene di avere una preparazione superiore alla nostra.

Superato questo impatto iniziale e mostrandosi competenti, rispettosi e collaborativi si riesce forse ad entrare nelle grazie di chi ci sta di fronte, ovvero di coloro che rappresenteranno, per i mesi successivi, i nostri principali collaboratori.

Ebbene sì, perché è dalla collaborazione tra professionista, maestranze e committente che vien fuori un buon lavoro e credo che questo sia il principale fine da perseguire, a prescindere dal resto.

Concludendo…

In quanto donna e architetto credo di poter supportare al meglio i miei clienti nella ricostruzione dell’ambiente domestico, nella scelta degli arredi e nella individuazione di soluzioni ad hoc perché vivendo anche da donna gli spazi dell’abitare sono in grado di dar loro spunti pratici e funzionali, oltre che estetici, per meglio godere della loro casa nella quotidianeità.

Quindi, abbiate fiducia di una donna architetto perché a prescindere dal sesso e dall’età è un professionista e come tale vi affiancherà, passo dopo passo, nella realizzazione del vostro sogno!

Lettori e colleghe/i cosa ne pensate? Sarei curiosa di conoscere il vostro punto di vista 😉

3 Commenti

  1. La questione del rispetto della professionalità, in primis, e della fiducia nel tecnico (specie se di sesso femminile) è una delle battaglie che dobbiamo portare avanti con convinzione, tenacia e costanza.

    Nel mondo anglosassone si sta pensando di combattere questa ‘arretratezza’ culturale combattendo a livello di linguaggio le connotazioni maschile/femminile delle cose … scegliendo accuratamente di evitare tutte le volte possibili queste distinzioni.

    Senza arrivare a questo livello (anche perché almeno nella lingua italiana mi piace usarlo il genere quando è di ausilio ed arricchimento nel testo e nel significato che voglio trasmettere), io direi che già dalle nostre case possiamo cominciare il cambiamento non perpetrando tutti i cliché culturali maschilisti della nostra cultura.

    Forza ! Tenete duro … So per certo che molti miei compagni di genere sostengono queste idee di parità e rispetto, bisogna farli venire allo scoperto e far combattere con noi questa battaglia culturale!

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