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Per creare un’opera d’arte non serve un luogo particolare, si tratta di una predisposizione d’animo. Spesso per trovarla si evade dalla quotidianità, si cerca altrove, ci si mette in viaggio per cercare nuova linfa.

In genere si è soliti immaginare l’artista nel momento della creazione isolato, nel suo studio al silenzio …  ma in realtà il più delle volte è proprio tra la gente che si trova quell’idea in più.

E’ dalla storia dei Caffè letterari del ‘700 che questo spazio trae l’idea per il suo nome “Habitando Cafè”, perché questi luoghi d’incontro e di confronto non hanno rappresentato solo dei contenitori, ma anche dei contenuti.

Il Caffè Letterario è stato una fornace di cultura e al tempo stesso una vetrina sul mondo, e quindi incontriamoci nel nostro caffè virtuale, parliamo di architettura, di design, ma anche del nostro lavoro e delle difficoltà quotidiane che incontriamo

… da un confronto, un’idea può nascere una collaborazione, può nascere un nuovo progetto che possa dar forma ad un abitare migliore!!!

Come ottimizzare la connessione ad internet quando siamo in mobilità

Il nomadismo digitale per la categoria dell’ingegnere o dell’architetto è un fenomeno in crescita, anche se in misura minore rispetto ad altre professioni.

Per quelli di noi che si ritrovano spesso a lavorare in mobilità, lontani dalla veloce connessione del proprio ufficio, le occasioni di connettività tramite una rete Wi-Fi ‘amica’ sono poche, se non nulle, e ci si ritrova a poter e dover contare solo sul piano dati UTMS / 4G del proprio smartphone o – per i veri road warrior – dei Giga a disposizione di una chiavetta / access-point mobile. Quel che è certo è che i giga non bastano mai e il rischio di sforare le soglie previste dal proprio piano tariffario è sempre dietro l’angolo.

Oggi vogliamo condividere con te un piccolo consiglio, che noi stessi utilizziamo da quando è stato messo sul mercato: l’utilizzo del software TripMode, sviluppato in Svizzera da un giovane team di sviluppatori.

TripMode è un programma realizzato con un unico scopo, quello di consentire o disabilitare l’accesso ad Internet ad ogni programma che abbiamo in esecuzione sul nostro portatile. Client email, browser, utility per controllare il meteo, sistemi di sincronizzazione file con sistemi cloud storage come Dropbox, programmi di chat, antivirus, gestore degli aggiornamenti… i moderni sistemi operativi sono pensati per vivere in simbiosi con i dati presenti sul web, ed il numero di applicativi che ne richiede l’accesso è sorprendentemente alto.

Vi sorprenderà scoprire quanto, tutto quello che dovremo fare sarà installare l’applicazione ed eseguirla. Il programma è abbastanza ‘intelligente’ da rilevare quando il portatile è connesso in modalità hot-spot (o in tethering che dir si voglia) al vostro smartphone, mentre se siamo connessi in modalità Wi-Fi ad un access point mobile dovremo provvedere manualmente alla sua attivazione.

Una volta partito TripMode esaminerà ciascun programma in esecuzione e ci chiederà se vorremo concedergli l’accesso al web. Ad esempio quindi, se ci si ferma in autogrill per un veloce download di una email per scaricare un DWG allegato e modificarlo al volo, TripMode ci permetterà di concedere il download della posta elettronica, ma non permetterà il check della presenza di aggiornamenti ad AutoCAD. E così via.

Il programma ci permetterà di controllare quanti mega si stanno consumando nella sessione corrente, verificare quanto rimane del piano dati (se abbiamo impostato le soglie).
Se vogliamo TripMode può essere visto anche come un elemento di sicurezza ulteriore quando ci si connette a reti wireless non sicure … concedendo l’accesso solo ai programmi essenziali, e inibendo la trasmissione – e quindi la possibilità di intercettazione – ad altri programmi di sistema.

TripMode è disponibile per Microsoft Windows e Mac OS X / macOS al costo — irrisorio! — di 7,99$ (circa 7€ al cambio odierno) per ciascuna piattaforma, mentre se si ha necessità di acquistarle entrambe è disponibile con un piccolo sconto.

Concludendo

Come dicevamo in apertura utilizziamo l’applicazione con enorme soddisfazione sin dal suo rilascio nell’Aprile 2015, ed è stata una delizia vedere che l’aggiornamento alla versione 2 è stata regalato ai clienti esistenti… Il guadagno nell’uso del piano dati del nostro “web pocket” è stato consistente ed ha ampiamente ripagato la spesa dell’acquisto. E supportare dei bravissimi sviluppatori indipendenti è un piacere.

Speriamo quindi che adotterai anche tu questa soluzione … e magari ci racconti nei commenti come hai gestito la problematica sino ad oggi…

Alla scoperta della Domotica

La Domotica (o se vi piace di più la Home Automation) è la scienza che si occupa dello studio delle tecnologie atte a migliorare la qualità della vita nella casa: letteralmente domus + robotica. Se ne parla ormai da anni, ma non è ancora entrata nelle nostre case, un pò per i costi di realizzazione di un impianto domotico, un pò per la difficoltà di comprendere e gestire in maniera armonica tutti i dispositivi che il mercato offre. Cerchiamo di capire qualcosa in più sull’argomento.

Come è fatto un impianto domotico

L’impianto domotico è l’insieme di dispositivi e delle loro connessioni che assieme mettono in pratica una determinata funzione: il tutto avviene mediante uno scambio di dati e informazioni attraverso  un protocollo di comunicazione prestabilito. Si compone di sensori, attuatori, scenari e automatismi.

I sensori: sono essenziali perché consentono di acquisire i dati, ovvero le informazioni dall’ambiente circostante e trasmetterli all’intelligenza per elaborarli e renderli utili per l’intero sistema. I sensori più importanti sono quelli di temperatura, luminosità e movimento, i quali consentono di rendere un ambiente confortevole o a basso consumo al momento opportuno.

Gli attuatori: entrano in scena quando l’utente (o un automatismo) decide di effettuare delle azioni. Sono loro che, collegati all’impianto elettrico, consentono di gestire le utenze, dalla semplice accensione di una luce alle funzioni più complesse come la coordinazione di un impianto di riscaldamento.

Gli scenari: sono una serie di azioni prestabilite eseguibili tramite l’interfaccia utente o un comando manuale. La loro configurazione consiste nella definizione di un elenco di compiti da svolgere quando l’utente lo richiama. Un esempio può essere lo scenario «esco di casa» con il quale vengono abbassate tutte le tapparelle, spente luci e riscaldamento ed inserito l’antifurto tramite la semplice pressione di un pulsante fisico o l’attivazione di un comando mediante app su smartphone.

Gli automatismi: sono, come gli scenari, un elenco di azioni da eseguire, ma che si innescano solo a seguito della valutazione di una o più variabili di sistema. Ad esempio un orario perché si attivi il riscaldamento, o una finestra aperta perché il climatizzatore si spenga o la pioggia per interrompere il sistema di irrigazione.

Come poter ottenere tutto ciò nella nostra casa? Ci sono due strade:

  1. Realizzare un impianto filare;
  2. Realizzare un impianto wireless.

I sistemi filari – come suggerisce la parola – sono accomunati dalla realizzazione di un bus di comunicazione che collega ogni punto dell’impianto, il che rende indispensabile la presenza una cablatura elettrica dedicata: spesso, ma non sempre, il bus richiede una canalizzazione apposita aumentando quindi i costi di messa in opera. Anche se i sistemi filari hanno dalla loro la stabilità e l’immunità ai campi elettromagnetici, di contro risultano invasivi, la loro realizzazione comporta opere murarie, e quindi la complessità di realizzazione e le dimensioni finali dell’impianto ne fanno lievitare i costi.

I sistemi wireless, invece, sono tipicamente di più veloce realizzazione di un impianto filare e consentono di svolgere tutte le operazioni di messa in funzione in maniera più semplice. Ovviamente tali sistemi non sono invasivi, non richiedono opere murarie e ci consentono di intervenire su impianti già esistenti; di contro sappiamo bene come non sempre il segnale wireless funzioni, e quindi la sensibilità dei dispositivi può ridursi in presenza di ostacoli (pilastri, muri spessi) o forti campi magnetici.

È evidente che i sistemi wireless ci appaiono quelli di più semplice utilizzo, sono facili da installare ed hanno un approccio immediato (interfaccia user friendly) senza la necessità di ricorrere ad un tecnico specializzato per poter programmare e impostare scenari o automatismi vari.

Ad ogni modo, sia che si abbia un impianto filare che uno wireless bisogna fare molta attenzione alle compatibilità: tutto deve comunicare con tutto, centrale operativa, sensori ed attuatori dovranno quindi parlare la stessa lingua, che in informatica si dice utilizzare lo stesso protocollo; ma non sempre questo è fattibile. Quindi per evitare di far lievitare i costi acquistando dispositivi non compatibili (anche se usano tecnologia wireless), ci conviene capire a monte cosa vogliamo controllare e come vogliamo farlo per poi individuare il prodotto che fa al caso nostro.

Oggi sul mercato ci sono soluzioni proprietarie di alcuni produttori europei, ma si stanno rapidamente affermando soluzioni basate su risorse open source (quali Arduino ed il suo ecosistema), o facenti capo a Google – con le soluzioni Goole Home e Android – o Apple, con le soluzioni Home Kit.

Cosa possiamo fare con un impianto domotico?

Vediamo in breve alcuni prodotti presenti sul mercato in grado di aiutarci nel controllo e gestione della nostra abitazione. Il numero di questi dispositivi è in costante e progressivo aumento, pur rimanendo al momento ristretto a delle funzionalità cardine.

Controllo riscaldamento

Con un sistema di termoregolazione è possibile mantenere la temperatura costante al variare delle condizioni climatiche esterne e scegliere gli orari di accensione più adatti alle esigenze, evitando inutili sprechi di energia.

Per regolare la temperatura di ogni singolo ambiente della casa in modo autonomo è sufficiente montare su ogni radiatore della casa una valvola termostatica radiocontrollota che permette di controllare la temperatura della stanza, regolando il flusso di acqua calda nel radiatore. La temperatura può essere impostata automaticamente in tutta la casa da un’unica centralina, mediante il sistema di regolazione multi-zona. Questo consente di mantenere in ogni stanza la temperatura desiderata dirottando ulteriore acqua calda verso gli altri radiatori, ancora aperti. La temperatura di diverse sale, condizionata dalla presenza di persone, lampade e altro è cosi controllata singolarmente e questo permette di risparmiare energia.

Videosorveglianza

Attraverso l’utilizzo di telecamere IP è possibile creare un impianto di videosorveglianza semplice o complesso, indipendente dalla domotica (ad esempio per la registrazione) ed al tempo stesso gestibile attraverso l’interfaccia centralizzata.

Il Nest Cam Outdoor, resistente alle intemperie, utilizza Wi-Fi per inviare un segnale video a tempo pieno (fino a 1080p) che è possibile monitorare tramite le applicazioni web o mobile. Fornisce anche avvisi per il movimento (nelle zone impostate) o audio. Pagando un abbonamento Nest Aware si avranno giorni di video memorizzati online che si trasformano in clip che puoi guardare quando vuoi.

Controllo dell’illuminazione

I sensori di luminosità possono adeguare la luce dell’ambiente combinando luce naturale con quella artificiale e regolando i sistemi di ombreggiamento. La linea Philips Hue offre lampadine che consentono di controllare sia l’intensità della luce che  il colore: il bridge hue è il “ponte” tra le tue lampadine e la app del tuo smartphone e può collegare fino a 50 lampadine per volta. Una volta installate le lampadine, si può scaricare gratuitamente l’app sul proprio smartphone o tablet, e al primo avvio, l’app cerca il tuo bridge e si collega alle luci. Fatto questo, puoi usare l’app per controllare le tue lampade senza fili, (aspetto importante le lampade hue lux si adattano agli attacchi classici E27).

Controllo irrigazione

Un giardino sano e bello ha bisogno della giusta quantità di acqua per prosperare, e con un sistema domotico in grado di rilevare le condizioni meteo potremo renderlo tale risparmiando acqua. il sistema Hydrawise, di Hunter, regola automaticamente l’irrigazione in base a dati meteo; il sistema esamina la previsione e la storia passata per garantire che sia applicata la giusta quantità di irrigazione. Ovviamente se inizia a piovere l’irrigazione si arresta.

Una casa intelligente

Concludendo possiamo asserire che oggi giorno l’affidabilità dei sistemi elettronici ormai non è un problema, guasti e malfunzionamenti sono sempre più rari e mentre parliamo di domotica le automobili imparano a guidare da sole evitando ostacoli ed incidenti. Inoltre l’avanzamento, il perfezionamento nonché la diffusione delle tecnologie consentono l’abbassamento dei costi dei dispositivi e quindi nel giro di poco tempo l’uso della domotica, affiancato all’impianto elettrico, diventerà  più semplice e scontato… e anche noi una mattina svegliandoci potremo interagire così con la nostra casa 😉

Mi scusi signorina…

Nell’ultima settimana mi è capitato di sentir spesso parlare o leggere articoli sul ruolo che le donne  svolgono nei settori scientifici e sulle difficoltà che incontrano nel portare avanti il loro lavoro. L’articolo pubblicato da A.D.A. (Associazione Donne Architetto) in omaggio a Zaha Hadid, mi ha fornito alcuni ulteriori spunti di riflessione sull’argomento: si tratta di alcune frasi pronunciate dall’architetto arabo che,  a mio parere, esprimono appieno il senso della professione al femminile nella società odierna.

A quanto riportano varie fonti, pare che nell’ultimo periodo il numero di donne laureate in architettura ed ingegneria sia in aumento… Se da questo punto di vista la parificazione tra i sessi pare essere raggiunta, il problema nasce dopo, in quanto sono poi poche quelle che scelgono di intraprendere la libera professione e portarla avanti.

Ovviamente mi sento chiamata in causa e non posso far altro che confermare questa difficoltà: oggi essere donna, architetto e libero professionista è davvero difficile.

Pur essendo nel 2017, a causa di retaggi culturali e cattive abitudini ormai consolidate nel pensiero comune, si tende ad affidare determinati incarichi a professionisti uomini piuttosto che a colleghe donne poiché non le si ritiene all’altezza della situazione o non ci si fida abbastanza.

È come se noi donne, nell’ambiente professionale, fossimo ancora concepite come esseri più fragili, inadatte al cantiere e destinate a restar sedute dietro una scrivania.

A volte la figura del “tecnico al femminile” non è proprio concepita, al massimo nel settore ci vien riconosciuta la qualifica di ‘arredatrici’ che forse, nell’immaginario comune, è un ruolo che maggiormente si identifica con l’essere donna e con l’idea dell’angelo del focolare. Volendo riassumere il concetto: l’uomo fa il grosso e la donna si occupa della “decorazione” finale!

E invece non è così.

Anche noi donne sappiamo sporcarci le mani, oltre a progettare un’opera ne curiamo la realizzazione in cantiere rapportandoci e confrontandoci continuamente con maestranze di tutti i tipi, e con cura e precisione facciamo in modo che il progetto prenda forma nel modo migliore.

Senza nulla togliere ai colleghi dell’altro sesso, credo che noi donne libere professioniste possediamo tutti gli strumenti e le potenzialità per svolgere qualsiasi attività in autonomia nel nostro settore di interesse.

Cosa succede nel mondo reale

Purtroppo quando si scende in campo ci si rende conto che è difficile far passare questo concetto.

Nella mia esperienza professionale ho toccato più volte con mano questo “disagio” soprattutto nel settore delle ristrutturazioni. A partire dal committente, a volte restio ad affidarsi completamente al professionista, e continuando con le imprese spesso diffidenti nel collaborare con un giovane architetto e per giunta donna.

Il primo giorno in cantiere ci si sente sempre appellare nei modi più bizzarri, da “signora” a “signorina” a “scusi lei”

 … solo dopo qualche giorno, e dopo aver dimostrato la propria competenza e conoscenza in materia e quindi aver dovuto di nuovo sgobbare per guadagnarsi il titolo, ci si sente finalmente chiamare Architetto con tanto di espressione disorientata e imbarazzata dell’interlocutore! Ormai questa gag mi diverte, ma è la prova tangibile di quanto sia complicato, nello spirito comune, accettare di essere guidati in cantiere da una donna, nel nostro caso da un Direttore dei Lavori donna.

Alle volte è davvero difficile farsi ascoltare, seguire e conquistare la fiducia dell’altra persona, soprattutto quando ci si rapporta con gente più grande di noi, che per i soli anni di vita in più ritiene di avere una preparazione superiore alla nostra.

Superato questo impatto iniziale e mostrandosi competenti, rispettosi e collaborativi si riesce forse ad entrare nelle grazie di chi ci sta di fronte, ovvero di coloro che rappresenteranno, per i mesi successivi, i nostri principali collaboratori.

Ebbene sì, perché è dalla collaborazione tra professionista, maestranze e committente che vien fuori un buon lavoro e credo che questo sia il principale fine da perseguire, a prescindere dal resto.

Concludendo…

In quanto donna e architetto credo di poter supportare al meglio i miei clienti nella ricostruzione dell’ambiente domestico, nella scelta degli arredi e nella individuazione di soluzioni ad hoc perché vivendo anche da donna gli spazi dell’abitare sono in grado di dar loro spunti pratici e funzionali, oltre che estetici, per meglio godere della loro casa nella quotidianeità.

Quindi, abbiate fiducia di una donna architetto perché a prescindere dal sesso e dall’età è un professionista e come tale vi affiancherà, passo dopo passo, nella realizzazione del vostro sogno!

Lettori e colleghe/i cosa ne pensate? Sarei curiosa di conoscere il vostro punto di vista 😉

Aggiornamento professionale: quando i crediti sono “formativi”?

È dal 2014 che per noi professionisti del settore edilizio, Architetti, Ingegneri e Geometri, è scattato l’obbligo formativo dell’aggiornamento professionale continuo: 30 o 20 crediti annuali da conseguire a seconda dell’Albo di appartenenza per poter continuare ad esercitare la professione. Dopo qualche anno alla ricerca e rincorsa di seminari, convegni e quant’altro fosse gratuito (per non sperperare inutilmente quel guadagno ridicolo che ormai caratterizza la nostra professione) e garantisse gli agognati crediti, mi sono fermata, ed ho deciso di non sprecare altro tempo nella partecipazione di incontri professionali inutili e, a dirla tutta, poco ‘formativi’.

Tanto tempo sprecato ad ascoltare argomenti triti e ritriti e non portare a casa alcun valore aggiunto al proprio bagaglio conoscitivo.

Purtroppo l’obbligo rimane, e quindi l’unica strada perseguibile per una formazione di qualità è quella di fare corsi di aggiornamento e formazione a pagamento, in modo da scegliere l’argomento e il settore più vicino e utile alla propria attività di competenza, arricchendola e specializzandola.

Quest’anno nonostante avessi già i crediti necessari richiesti dall’obbligo, ho deciso comunque di partecipare a due eventi formativi gratuiti, due seminari che in genere ottengono un ampio riscontro di tutte le categorie professionali, e ti consentono soprattutto di incontrare colleghi e confrontarsi sulla situazione professionale e lavorativa.

Il primo evento è stato un flop su tutti i fronti: ci sta che in questi incontri i relatori siano tecnici interni ad aziende che presentano i loro prodotti, nuovi materiali costruttivi e quant’altro, ma che a distanza di un anno io ritrovi le stesse aziende dell’anno precedente con gli stessi prodotti… Questo no !! Dove sta l’innovazione? Cosa dovrei acquisire di nuovo che tu non abbia già detto l’anno prima? Mi dici che parleremo del futuro dell’edilizia, ma in realtà mi stai parlando del passato!

Sto parlando del seminario tenutosi in Aprile presso l’Hotel Parco dei Principi in Bari.
Ci sarebbe da chiedersi se gli Ordini Professionali, quando avvallano questi eventi, applichino un minimo di spirito critico e serietà nel valutare la qualità degli argomenti trattati. È normale che poi la platea tutto sia tranne che coinvolta e interessata e, mentre sei lì annoiata, incroci solo sguardi di gente che smanetta con il suo smartphone o tablet,  perché tanto alla fine ciò che gli interessa sono solo i maledetti crediti !!
Trovo che tutto questo abbia poco a che fare con la formazione professionale.

Grande sorpresa è invece stato il secondo incontro formativo a cui ho partecipato: si tratta di quello organizzato da EdilPortale per la tappa barese del Tour 2017. Non è il primo incontro organizzato da loro a cui partecipo, ma quest’ultimo l’ho trovato decisamente di mio gradimento.

In primis il merito va ai relatori, che ho trovato completamente padroni dell’argomento che trattavano e coinvolti per primi in questa realtà che ci investe e ci scoraggia tutti i giorni: l’approccio, il linguaggio utilizzato e la pragmaticità dei loro contenuti hanno catturato la mia attenzione.

In secondo luogo ho trovato interessanti e nuovi gli argomenti trattati, ve ne cito alcuni che mi hanno colpito in particolare.

  • Progetto Habitami raccontato in modo schietto e diretto dal suo responsabile Giovanni Pivetta: un progetto di riqualificazione energetica a costo zero per i Condomìni milanesi, un’iniziativa per aprire un mercato trasparente dell’efficienza energetica e renderla accessibile a tutti i cittadini.
    Habitami è servizio pubblico al cittadino – dichiara Giovanni Pivetta – ogni abitante di Milano deve conoscere che c’è la reale opportunità di fare lavori di riqualificazione energetica che permettono di ridurre spese condominiali, bollette, migliorare il benessere abitativo, la sicurezza e accrescere il valore di casa;
  • Il BIM raccontato dal responsabile della Logical Soft Alberto Boriani: a parte presentare il “modulo Classificazione” del software TRAVILOG  per la valutazione della Classe di Rischio delle costruzioni, è stata sottolineata l’importanza del BIM nella progettazione a 360°. Il BIM (Building Information Modeling) così come lo definisce  il National Institutes of Building Science è la “rappresentazione digitale di caratteristiche fisiche e funzionali di un oggetto” e la sua diffusione in ogni aspetto della progettazione. Quindi non semplici informazioni grafiche, come quelle che può dare un semplice cad, ma anche funzionali e prestazionali per ogni oggetto BIM presente nel progetto o all’interno dell’edificio elaborato;
  • ECOfloor slim della Rossato group: un impianto radiante a pavimento in soli 21 mm, realizzabile in sovrapposizione a pavimenti esistenti;
  • Clip Up System, il pavimento flottante in legno prefinito della Garbelotto, ideale per pavimenti ispezionabili e formidabile nella possibilità, in caso di manutenzione, di sostituire la singola doga;
  • Il sistema mattONE: mattoni in calcestruzzo cellulare che, oltre ad avere ottime prestazioni termiche, acustiche e di resistenza al fuoco sono prodotti altamente sostenibili, perché l’intero processo di realizzazione è finalizzato al contenimento dei consumi energetici  (servono solo 230° per produrlo) e delle emissioni nocive nell’ambiente;
  • Termozero Kit della Tecnova Group: l’isolamento termico dell’esistente a zero spessore; ovvero l’uso di Enerpaper, cellulosa da insufflaggio per intercapedini murarie. La sinergia della cellulosa, che è isolante, antipolvere e antimuffa, unita all’azione protettrice della membrana endotermica attiva della Thermoshield, consentono all’edificio di ottenere massimo risparmio energetico e comfort abitativo a fronte di un investimento contenuto, rispettando sia l’ambiente, ma anche l’estetica e l’architettura in facciata dell’edificio su cui si va ad operare.

Il concetto fondamentale che è passato, o meglio che io ho colto, è l’invito alla collaborazione tra i progettisti, all’integrazione tra le varie competenze e alla divulgazione ai non addetti, quindi alla gente comune, dei concetti di sostenibilità:

“Perché è solo con la conoscenza e la competenza che possiamo dare una scossa a questa realtà lavorativa.”

In quest’ottica ben si cala l’uso del BIM, uno strumento che consente un metodo di progettazione collaborativo in quanto permette di integrare in un unico modello le informazioni utili in ogni fase della progettazione: quella architettonica, strutturale, impiantistica, energetica e gestionale. Per questo può essere utilizzato dagli impiantisti, dagli ingegneri strutturisti, dagli architetti, dal costruttore, dai montatori, dai collaudatori ecc.

Quante volte in un progetto complesso questo meccanismo di collaborazione scompare tra colleghi? Quante volte su un progetto comune un collega ci ha inviato un pdf? Ma perché, mi chiedo?

A volte non si comprende che la condivisione di informazioni non solo produce risultati migliori ma accorcia i tempi di lavoro, evitando che in ogni fase progettuale si debba ripartire da zero: non solo c’è uno spreco di tempo, ma si evita anche di disseminare qua e là errori e imprecisioni, non solo dimensionali ma a volte anche tecnici e prestazionali. Faccio un esempio: la stratigrafia ad hoc di una muratura esterna studiata dall’ingegnere edile o dall’architetto, se comunicata e inglobata nel modello, viene recepita così com’è sia dallo strutturista, che la utilizzerà nella sua analisi dei carichi, che dall’impiantista, che a seguito di un intervento energetico di tipo passivo potrà dimensionare meglio il suo impianto, senza strafare con le potenze e prestazioni delle macchine per il condizionamento e quindi contenere i costi di realizzazione dell’impianto stesso.

Il modello tridimensionale, quindi, racchiude informazioni riguardanti si volume e dimensioni, ma anche materiale, aspetto, caratteristiche tecniche… tutte informazioni che non vengono perse nella comunicazione ad altri studi ed altre piattaforme informatiche.

Concluderei dicendo agli organizzatori di questi eventi di puntare tutto sui contenuti e non sul numero di partecipanti perché tanto si regalano crediti formativi; e poi vorrei che passasse un altro concetto a tutte le aziende che ogni giorno propongono materiali e tecniche costruttive innovative: non è sufficiente far conoscere a noi tecnici il prodotto, perché bisogna anche saperlo  utilizzare, ma le maestranze non si aggiornano, e molte volte un ottimo prodotto viene montato o usato in maniera errata compromettendo il risultato di un progetto che sulla carta funzionava.

Noi tecnici, chiamati a dirigere le maestranze in cantiere, dovremmo per primi imparare ad usare i materiali, capire la corretta messa in opera per sopperire alle lacune degli operatori del settore…

quindi, care aziende, mostrateci e raccontateci anche e soprattutto questo, perché purtroppo, nonostante il cliente non lo veda, noi dobbiamo saper fare anche il lavoro degli altri!